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Zoorathustra, il superuomo e l’animale
di Antonello Sciacchitano

14 ottobre 2017


“Sono i miei animali” disse Zarathustra e si rallegrò di cuore.
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, «Proemio» 10.

È difficile vivere con gli uomini, poiché tacere è così difficile.
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Parte Seconda, «Dei compassionevoli».


“Perché il simbolismo animale?” si chiese Claude Lévi-Strauss nel quarto capitolo del suo Totemismo oggi (1962) intitolato cartesianamente Verso l’intelletto. “E soprattutto perché questo simbolismo piuttosto che un altro dal momento che si è stabilito, almeno negativamente, che la scelta di certi animali non è spiegabile da un punto di vista utilitario?”

Nel primo seminario sullo Zarathustra di Nietzsche del 2 maggio 1934, Carl Gustav Jung si affrettò a rispondere: “Gli animali significano gli istinti”. Ribadì il concetto nel seminario del 17 ottobre 1934: “Gli animali rappresentano sempre l’istintualità inconscia”. Codificò l’assunto come dottrina psicologica nel seminario del 3 giugno 1936: “Il corpo è la condizione animale originaria; nel corpo siamo tutti animali”. La prudenza consiglia di andare più piano e di fermarsi a quattro passi dal delirio.

Neppure da cavalcare è la contrapposizione circolante in accademia secondo cui l’animale non sarebbe “buono da mangiare” ma “buono da pensare”. Certo, gli animali celesti dello Zodiaco, ben la metà più uno dei segni zodiacali (Ariete, Toro, Cancro, Leone, Scorpione, Capricorno, Pesci), o i tre quarti degli animali evangelici (bue, leone aquila), non sono da cucinare; sono segni da cui trarre oroscopi o alimento spirituale, non cibo materiale. Gli animali celesti, terrestri o acquatici che siano, sono innanzitutto fatti intellettuali. Direi che sono teoremi che o calano dall’alto o pullulano dal basso.

L’intelletto è una categoria a priori; viene prima dell’incarnazione metaforica del pensiero in rappresentazioni concrete, per esempio animalesche. Esistono preesistenti differenze di pensiero che in modo contingente e quanto mai arbitrario si esprimono come differenze tra animali. Il caposaldo strutturalista è che non sono le rassomiglianze che si assomigliano, ma le differenze. [1] Insomma, nel sistema simbolico delle differenze il totemismo è un’illusione; non guida il pensiero ma ne è condizionato; è questo il messaggio che Lévi-Strauss lanciò ai freudiani 55 anni fa e che oggi recepisco. Il monito antiempirista e antiutilitarista del grande antropologo è la stella polare, che orienta le considerazioni seguenti. Le quali non saranno condizionate neppure “dall’imperativo bisogno di causalità”, [2] come candidamente ammise Freud nella sua romanzesca ricostruzione del Mosè, padre egizio.

E gli animali dello Zarathustra? Non sono pochi. Formano un nutrito zoo. Salvo errori e omissioni ne ho contati 52. Cosa ci fanno in questo testo a dir poco fantasmagorico? Sono animali fantastici o reali? Sono metafore? Anche qui bisogna andar piano. Come primo punto va osservato che Nietzsche si pone completamente fuori dall’ottica totemistica, come sarebbe in Freud quella mitologica del parricidio.

Non che in Così parlò Zarathustra manchi il riferimento alla funzione paterna. Il testo nietzscheano è un esercizio o per ritrovarla o per discernere gli effetti della sua carenza. Inclinando decisamente verso la follia — secondo Jung il testo rappresenta l’iniziazione alla follia, [3] che scoppierà pochi anni dopo — Nietzsche mise a tema i prodotti della fuorclusione del Nome del Padre. Lui stesso riconobbe che ciò che il padre tacque, torna nel discorso del figlio. [4] Il racconto iniziale delle tre metamorfosi da cammello a leone e da leone a fanciullo ne sintetizza allegoricamente la traiettoria. Il percorso va dal cammello, che non dice nulla e sopporta tutto, al leone che dice “no” e infine al fanciullo che dice “sì”. [5] Al centro della strepitosa scrittura nietzscheana sta l’emergenza del superuomo dalle acque dove è annegato il padre. [6]

Attenzione alle metafore, però. I 52 animali che figurano in questo testo sono animali terrestri, compresa la balena, che è un mammifero, e l’aquila, che vola in alto nell’aria. Dei quattro elementi empedoclei, Zarathustra sembra privilegiarne solo uno: non l’aria, non l’acqua, non il fuoco, ma la terra. Gli animali terrestri rappresentano il senso della terra, cioè del corpo, che Zarathustra contrappone ai valori vacui dello spirito o dell’anima. “Tranquillo”, dice al funambolo che si è appena sfracellato per terra, “la tua anima morirà prima del tuo corpo”. Siamo di fronte alla trasmutazione dei valori, che fa problema per il senso comune, che è notoriamente “umano, troppo umano”. La trasmutazione dei valori è un vettore orientato dallo spirito al corpo, qui simbolizzato dalla (madre?) terra.

Ecco in ordine alfabetico l’elenco degli animali che compongono lo zoo di Zarathustra: agnello, aquila, asino, balena, bue, bufalo, cammello, camoscio, cane (anche pastore), capinera, capro, cavallo, cigno, cinghiale, civetta, colomba, conigli, drago, elefante, farfalle, formiche, galline, gallo, gatto/e, gufi, istrice, leone, lupo, mosche, muli, oche, orso, pavone, pecora, pesce, piccione, pidocchi, porci, pulce di terra, rana, ragno, rospo, sanguisuga, scimmia, serpente, tarantola, tigre, toro, uccello, vacca, verme, vipera.

Perché prevalentemente animali di terra (eccetto balena, pesce, sanguisuga)? Gli animali sono il correlato del superuomo, che è il “senso della terra”. [7] E “la terra è il corpo”, completa Jung. [8] Le intuizioni dei due autori si completano a vicenda. [9] Sono simboliche nel senso junghiano del simbolo come correlato di un sapere non ben saputo (l’inconscio secondo Jung). Ma in quanto segue non batterò questa strada ermeneutica. Non assocerò a ogni animale il contesto che ne giustifica l’interpretazione simbolica. Per questo rimando al lavoro approfondito compiuto da Jung nel suo seminario quinquennale, che peraltro copre meno dei due terzi di tutto il libro di Nietzsche, essendo stato interrotto dalla guerra. Preferisco un approccio di insieme. Contrapporrò alla presenza degli animali la loro mancanza, al loro insieme pieno l’insieme vuoto.

Cosa manca agli animali? Cosa manca al loro corpo?

Sono due le grandi carenze che caratterizzano la biologia precedente a Homo sapiens: i vegetali non si muovono, gli animali non parlano. Homo sapiens cammina e parla. L’animale “maestosamente tace”, come Platone disse della pittura e della scrittura. [10] Nel seminario Jung tematizza dal punto di vista simbolico l’immobilità dell’albero. Non mi addentro nella questione. Affronto il silenzio dell’animale, che da Jung è curiosamente passato sotto silenzio.

C’è una singolare simmetria negativa tra il testo nietzscheano e il commento junghiano. Il tema del silenzio, articolato nei significanti che ruotano attorno a die Stille, il silenzio come assenza di rumore e di voci — il momento consacrato al sacro dall’euphemeite o dal favetelinguis — è ben presente nello Zarathustra. Ho contato una cinquantina di ricorrenze della radice still, in non casuale corrispondenza con il numero degli animali. Ogni animale è una forma di silenzio, sembra dire Nietzsche. Ogni animale — direi freudianamente — esercita una funzione paterna. Materializza il silenzio del padre. Ma su questo punto Jung è sordo. Il sordo non percepisce il silenzio non distinguendolo dal rumore. Il silenzio sfugge a Jung, che per 1600 pagine continua a chiacchierare di simboli, archetipi, inconsci individuali e collettivi, ma tace sul silenzio, che forse è un argomento più scabroso di tanti suoi psicologismi.

Strano? Forse no. Qui gioca la follia di Jung, che va configurandosi in modo simmetrico a quella di Nietzsche. Jung stesso racconta di aver ripreso a leggere lo Zarathustra nel 1914, dopo la prima lettura giovanile nel 1898. Fu al tempo della crisi psicotica successiva alla rottura con il “padre” Freud. È noto che nel viaggio verso l’America, durante il quale i due psicanalisti si divertivano a interpretarsi a vicenda i sogni, Freud non volle svelare il segreto di un proprio sogno, per non perdere autorevolezza agli occhi dell’allievo (sic). Da lì la rottura tra i due grandi, che innanzitutto fu per Jung una rottura psicotica. L’intuizione lacaniana della fuorclusione del Nome del Padre e dell’effetto schizofrenogenico dell’Un-Padre ci entra in qualche modo, che qui non voglio approfondire. Ho la sensazione — l’intuizione, direbbe Jung — che tutta la psicologia analitica risponda a qualcosa del segreto che Freud si portò nella tomba. È forse qualcosa di concernente la funzione rabbinica di Freud all’interno del movimento analitico, che tuttora non è stata messa in luce… affinché funzioni meglio nella ripetizione.

Questa è la mia provvisoria conclusione. Lo zoo di Zarathustra parla senza parole. Dice qualcosa del segreto del padre che la nostra civiltà porta con sé, inscritta sul proprio cranio. Tutti noi la portiamo tatuata nella pelle ma non la leggiamo. Oggi è di moda parlare di funzione paterna debole, che faticherebbe a istituire la legge del desiderio. Sono luoghi comuni psicologistici in gran parte sterili. Resta il fatto che è un dovere del figlio far parlare il padre. “Devi dire la verità”, dice l’ex presidente del consiglio al padre coinvolto in uno scandalo. Ma forse è dovere specifico del figlio dire la verità del padre. Anche perché, di fatto, non può non dirla.

Nietzsche a suo modo la disse, la verità di suo padre, che morì quando era ancora bambino piccolo. Anzi, la fece dire giustamente al folle che in pieno giorno irrompe sulla piazza del mercato con una lanterna accesa gridando: “Cerco Dio! Cerco Dio!”.

Qui gioca una profonda intuizione di Jung. Dio, o qualsiasi altra costruzione metafisica, “è la realtà non riconosciuta del tuo stesso corpo”. [11] Detto in termini freudiani, Dio è il ritorno del corpo rimosso. “Dio è morto” significa che il corpo è morto, perché noi stessi l’abbiamo ucciso. Il vero cristiano non dovrebbe fare fatica ad ammetterlo. Cristo, il figlio dell’Uomo, rappresenta innanzitutto la morte del corpo sulla croce. Nietzsche ne diede l’annuncio — evangelico — facendo parlare il suo silenzioso zoo attraverso la bocca di Zarathustra. Quegli animali ci dicono che sotto i colpi della spiritualità la nostra animalità sta morendo.


[1] C. Lévi-Strauss, Il totemismo oggi (1962), trad. di D. Montaldi, Feltrinelli, Milano 1983, p. 110. Corsivo dell’autore.
[2] S. Freud, “Der Mann Moses und die monotheistische Religion” (L’uomo Mosè e la religione monoteista, 1938), in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. XVI, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 214. La ruota della causa (das Rad des Grundes) girava sempre nella testa di Freud, come una macina di mulino, avrebbe detto Nietzsche. (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, trad. di S. Giametta, Bompiani, Milano 2010, p. 277).
[3] “Per un certo aspetto lo Zarathustra è la preparazione alla follia; è il percorso verso la follia”. C.G. Jung, Lo Zarathustra di Nietzsche, vol. II, a c. J. Jarrett, trad. di A. Croce, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 491.
[4] Was der Vater schwieg, das kommt im Sohne zum Reden; und oft fand ich den Sohn als des Vaters entblösstes Geheimnis. (“Ciò che il padre tacque, torna nel discorso del figlio; spesso ho trovato il figlio come segreto svelato del padre”).
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, cit., p. 394-395 (traduzione modificata).
[5] Nel primo seminario Jung fa notare che Ustra di Zarathustra in iranico significa “cammello”. (C.G. Jung, Lo Zarathustra di Nietzsche, cit., vol. I, p. 9).
[6] Sull’identificazione del superuomo con la reincarnazione del padre primordiale (Urvater) non ebbe dubbi Freud. (Cfr. S. Freud, Massenpsychologie und Ich-analyse (Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1921), in Sigmund Freud gesammelte Werke, cit., vol. XIII, p. 138). Anche a Freud andava raccomandata maggiore prudenza interpretativa.
[7] Seht, ich lehre euch den Übermenschen! Der Übermensch ist der Sinn der Erde. Euer Wille sage: der Übermensch sei der Sinn der Erde. (“Vedete, io vi insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra. La vostra volontà dica: il superuomo sia il senso della terra”). F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, cit., p. 224-225.
[8] C.G. Jung, Lo Zarathustra di Nietzsche, cit., vol. I, p. 67.
[9] C’è una segreta simmetria, ben riconosciuta da Jung, tra Nietzsche e l’autore del seminario sullo Zarathustra: entrambi ebbero come padre un pastore protestante. Il protestantesimo di Jung giocò certamente nel determinare la rottura con Freud. Si sa bene dai Discorsi a tavola di Lutero l’incompatibilità tra protestante ed ebreo.
[10] Fedro, 275d.
[11] C.G. Jung, Lo Zarathustra di Nietzsche, cit., vol. I, p. 366.



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