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Fenomenologia dell’età globale
di Marco Baldino

5 marzo 2017


Questa breve introduzione era stata pensata come piano per un numero monografico di Kasparhauser dedicato alla possibilità di descrivere, in forma categoriale, i caretteri propri del nostro tempo. Il numero non si è potuto realizzare, come molto altri del resto, per vari motivi. La proponiamo nuda e cruda, a testimonianza del lavoro svolto dalla rivista e da alcuni amici disinteressati e generosi che qui ringraziamo. Eccolo.


1.
Senza lasciarsi catturare dalla constatazione sociologica (tutto sommato troppo semplificatrice) degli squilibri, più o meno marcati, che solcano il mondo, se guardiamo all’attuale passaggio storico con intenzione non astratta ma integrativa, possiamo notare che esso presenta, sotto la crosta degli effetti sperequativi, una crescente uniformità. Il globo non è più ripartito in parti contrapposte e irriducibili, come l’Oriente, incarnato dall’oscura immagine mostro del bevitore di sangue o del molle, inattivo, lascivo animale massivo, e l’Occidente razionale, critico, progressivo, tecnologico e libero. In secondo luogo, è possibile osservare che una tale uniformità si presenta sempre meno come monopolio di una potenza sulle altre e sempre più come una sorta di globaler Stil — formula jungeriana che, se vogliamo dar retta a un Hermann Broch (per esempio), non conviene sottovalutare [1]: stessa tecnica (reti telematiche, ingegneria genetica, energia nucleare), stesse narrazioni (pace, democrazia, libertà), stessi principi economici (efficienza, benessere), stessi meccanismi politici (biopotere, [2] impero, [3] governmentality [4]). Qual è dunque questa forma unica e comune, questa Gestalt che giunge al dominio (Herrschaft)? [5] Certo si potrebbe anche parlare di [6] Weltbild, di immagine del mondo, purché non ci si lasci ingannare dalla tesi secondo cui questa nostra epoca sarebbe l’epoca delle immagini del mondo, [6] a cui bisognerebbe dunque reagire opponendogli l’autentico pensare, infatti appare teoricamente più fecondo rovesciare la prospettiva e declinare il presente non come l’epoca delle immagini del mondo, bensì come l’epoca in cui si impone l’immagine mondiale o globale e per certi versi universale e omogenea del mondo. Purché l’immagine sia qui pensata non come pittura, effigie, traccia, come ciò che de-ontologizza il mondo rendendolo una pura creazione soggettiva, ma come fenomeno, figura o forma del movimento storico concreto.

2.
Poiché il teorico non può ignorare le grandi trasformazioni che si dispiegano al presente, poiché occorre anzi renderlo intelligibile questo presente, individuandovi il fenomeno o la forma che si impone, è necessario non già prendere le distanze da ciò che accade, non già criticarlo dal punto di vista empirico o dal punto di vista di modelli o valori già dati, consolidati, bensì integrarlo al sapere, allo stesso modo di come altre forme (dalla Polis al cristianesimo, dal mercato allo stato-piano) sono state integrate e costituiscono ora l’intelligibilità del nostro passato. [7] Dentro l’ipotesi che il presente passaggio storico configuri, attraverso gli aspetti del Global Age, il transito verso uno spazio giuridico tendenzialmente universale, sia pure per approssimazioni successive, nella forma dilazionata dei blocchi sovranazionali (imperi, grandi spazi) e uno spazio sociale tendenzialmente omogeneo, caratterizzato cioè dalla tendenza ad una distribuzione più uniforme di risorse e oneri tra le masse lavoratrici dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud del mondo, è possibile abbozzare una descrizione di qualche aspetto di questo transito o del movimento storico generale. [8] Di contro, si potrebbe valutare l’ipotesi secondo cui esso configurerebbe, almeno secondo taluni, una tirannide perpetua e universale [9] o, meglio ancora, rovesciando nuovamente il punto di vista, valutare se la tirannide che viene, nelle sue forme specifiche, non sia in qualche modo necessaria, ovvero, se non sia in effetti, qualcosa come la forma stessa della democrazia che viene, la “democrazia cosmopolitica”, all’interno di un quadro che potremmo chiamare lo stile o modo (way) o forma globale dell’età (Age) presente.


[1] Cfr. E. Jünger, Lo stato mondiale, trad. di Q. Principe, Guanda, Parma 1998.

[2] Il riferimento è, naturalmente, a M. Foucault, non solo però al corso del 1979, Nascita della biopolitica, ma anche, inseparabilmente, al corso del 1976: “Bisogna difendere la società?”.

[3] Cfr. A. Kojève, «L’impero latino», in Il silenzio della tirannide, a cura di A. Gnoli, Adelphi, Milano 2004.

[4] Il riferimento è ancora a Foucault e alla nozione di gouvernementalité. Cfr. «La “governamentalità”», in Poteri e strategie, Mimesis, Milano 1994.

[5] Herrschaft e Gestlat sono i due concetti con cui Jünger descrive l’avvicendarsi delle forme storiche e l’avvento di quella che all’inizio degli anni Trenta, chiamò la forma-Arbeiter.

[6] Anche qui il riferimento è chiaro: cfr. M. Heidegger, «L’epoca delle immagini del mondo», in Sentieri interrotti, a cura di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1967.

[7] Non altri che Hegel.

[8] Il riferimento è a Kojève. Per la nozione di “grande spazio” (Gossraum) si veda invece Carl Schmitt; cfr. Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, trad. di F. Pierandrei, Il settimo sigillo, Roma 1996; Prima edizione: Istituto nazionale della cultura fascista di Roma, 1941. Questo passaggio della nota, nonché il successivo, sulla tirannide tecnologica planetaria, rivela il carattere interlocutorio del testo.

[9] È l’ipotesi di Leo Strauss. Si veda il dibattito con Kojève seguito alla pubblicazione del commento straussiano al Gerone di Senofonte in L. Strauss, A. Kojève, Sulla tirannide, a cura di G.F. Frigo, trad. di D. De Pretto, Adelphi, Milano 2010.


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