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“Solaris”, di Ludmila Kazinkina
di Chiara Serri

28 maggio 2017


«Come Tarkovskij dirige in maniera claustrofobica le scene d’interno, con un ritmo lento ma incessante, prediligendo i silenzi alle parole, così Ludmila Kazinkina, con poche linee ed un grigio ottundente, costruisce uno spazio possibile e allo stesso tempo distorto, sottratto al normale fluire del tempo. Un angolo che si ripete di opera in opera, facendosi specchio della società contemporanea, alla quale l’artista guarda con grande interesse perché, come diceva Kandinsky, «ogni arte è figlia del proprio tempo, e spesso è madre della nostra sensibilità».

All’interno di queste stanze troviamo sempre figure femminili, diafane ed eleganti, che sembrano uscite dalla nostra mente per esorcizzare quel senso di inadeguatezza, di malinconia e di solitudine che spesso ci attanaglia. Un malessere che si riconosce negli arti svuotati e che pare provenire direttamente dall’interno di un corpo che cambia, esplicandosi in piccole anomalie, incongruenze e deformazioni, che danno forma più autentica ai contenuti angosciosi della coscienza.

Dalla tela alla carta […] s’intuisce la continuità di una ricerca portata avanti da anni, ma anche il desiderio di semplificare gradualmente la composizione ed alleggerire i colori, per comunicare con maggiore spontaneità ed immediatezza. Una maturità artistica che si riconosce soprattutto nella predilezione per una pittura sussurrata e non gridata, che mantiene però intatta la propria forza e la propria urgenza. Ne sono un esempio i disegni realizzati nel corso del 2010, dove una figura femminile, imprigionata all’interno di una teca di cristallo, cerca di liberarsi, tornando inesorabilmente al punto di partenza. Un movimento circolare che, ancora una volta, richiama il film di Tarkovskij ed in particolare il finale in cui il protagonista sembra fare ritorno a casa, prima che tutto naufraghi in un oceano indistinto di pensiero e memoria» (CSArt, www.csart.it).


Ludmila Kazinkina, disegno per video


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