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La follia, e altro
di Giacomo Conserva

20 gennaio 2014


Lo statuto della follia è sempre stato dubbio: dono degli dèi; espressione della fragilità umana e suo specchio; pura negatività; chiave verso un futuro. Apro casualmente un testo appena scaricato dalla Rete (Typography, di Lacoue-Labarthe), e leggo l’inizio: “Quasi dappertutto è stata la follia ad aprire la strada per l’idea nuova, a rompere l’incantesimo di una abitudine venerata e della superstizione. Capite perché è stata la follia a far questo? Qualcosa dalla voce e dall’atteggiamento inquietanti e incalcolabili come i modi demonici del tempo e del mare, e perciò meritevole di un uguale rispetto e attenzione? Qualcosa che portava altrettanto visibilmente il segno della totale non libertà delle convulsioni e della bava dell’epilettico, e che sembrava designare il folle come la maschera ed il portavoce degli dei? Qualcosa che nel portatore di una nuova idea risvegliava reverenza e timore per sé stesso — non più i tormenti della coscienza — e lo spingeva a divenire il profeta ed il martire della sua idea?”

Altre letture sono state fatte. Il problema sono i ‘sani’, la ‘normalità’: tutte le formulazioni di Laing ecc.. E che la ‘normalità’ incorpori un alto tasso di repressione sociale interiorizzata mi pare difficile da contestare. Ma è stato pure detto: fare della malattia un’arma (l’SPK, collettivo socialista dei pazienti — Heidelberg inizio anni ’70): gruppi di discussione con ‘pazienti’, utilizzando sullo sfondo Marx e la Fenomenologia dello Spirito — gruppi di discussione e rottura dell’ordine psichiatrico (e non solo) — ben al di là della rivendicazione del proprio diritto alla devianza dalla norma.

Naturalmente, la ‘follia’, in quanto tale, non esiste. O almeno, non esiste più — in quanto le categorie percettive, ideologiche, teoriche sono cambiate. In questo c’è una lunga storia, non conclusa (p.e. all’inizio degli anni ’70 in USA l’omosessualità venne ufficialmente non più considerata una malattia). Ora abbiamo psicosi, depressione, ansia, disturbi di personalità… Abbiamo persone che a volte chiedono aiuto; altre rispetto alle quali viene chiesto aiuto (e anche questa è una categoria vastissima: si pensi all’uso a suo tempo in URSS della categoria ‘paranoia’ — delirio di persecuzione e di grandezza — contro non pochi oppositori).

Inoltre, il problema non riguarda solo “gli altri”, ma ciascuno in prima persona: io, che scrivo queste righe (come te, che le leggi), posso avere avuto (o avere, ora o in futuro) periodi di alterazione e sofferenza estrema; di me (di te) può venire detto — a un certo punto — che sono strambo, bizzarro, patologico, a torto o ragione. (Non solo nessuno è senza colpa, ma nessuno è esente dai rischi della conditio humana).

La globalizzazione e la rivoluzione tecnico-scientifica comportano sovvertimenti cognitivi e sociali. L’ambiente di lavoro e di vita cambia senza tregua (e spesso senza preavviso). Flussi di denaro, di merci, di immagini e suoni e parole, di persone, di tecnologia si intrecciano vorticosamente. Il caos ha anche i suoi lati positivi, certo. Era stato detto: non avere una identità fissa (contro la società patriarcale, autoritaria, fallocentrica); ma vi sono anche gli aspetti di violenza, disgregazione, distruttività pura, diffusa o interpersonale nei piccoli gruppi o contro sé stessi. Le nostre menti e i nostri corpi hanno a volte difficoltà a fare i conti con tutto questo.

Tutto ciò è particolarmente evidente se esaminiamo le storie di stranieri “con problemi psichiatrici” (o psicologici); se si scava appena sotto la superficie, ci troviamo proiettati in luoghi come Kushab, perso nelle campagne del Punjab — ove c’è un reattore per il plutonio; o Souk Sebt (un vecchio piccolo mercato settimanale, come dice il nome), Marocco, regione di Beni Mellal (povera, ad altissimo tasso di emigrazione): leggendo un blog nel sito del municipio scopro (da un migrante che scrive furioso dalla Germania) della recente apertura lì, contro ogni tradizione e contro la legge coranica, di una vineria (a Beni Mellal, d’altro canto, stanno per aggiungere un moderno reparto psichiatrico all’ospedale distrettuale); uno stesso russo-italiano mi parla (è ben al di là della fase acuta dei suoi problemi), per diverse variabili della sua storia, di una città chiusa russa specializzata in produzioni strategiche e militari, di un porto sul mare Artico, di una città dell’Australia, di un sito elettronico che permette di contattare i suoi compagni di liceo variamente dispersi per il mondo —oltre che di Parma, dove vive; da una piccola città della Moldavia mi giungono storie di aggressioni di strada, e della guerra con la Trans-Dnistria all’inizio degli anni ’90; posso discutere di Al Jazeera (trasmessa dal principato del Dubai) con un operaio di Fornovo (a Fornovo si svolse nel 1495 una famosa battaglia contro Carlo VIII di Francia — e nell’aprile 1945 una altra battaglia contro divisioni tedesche e della Repubblica di Salò in ritirata: si arresero alla fine in 15.000)… — e tutte le variabili e intrecci di storia, — famigliari, sociali, economiche — possibili e immaginabili. Lo stesso, naturalmente, vale per gli italiani nativi (ammesso che per esempio non siano nati in Germania, come non poche volte capita di vedere) — era stata la lezione di Deleuze e Guattari: indagare e seguire i flussi, le ramificazioni, i concatenamenti — fare linea, non punto — mettersi dal punto di vista dei processi, e delle strutture e gruppi in trasformazione.

In quanto psichiatra non ho nessuna lezione da insegnare, nessuna normalità da difendere. Posso solo aiutare le persone a fare quello che cerco di fare io: muovermi in questo oceano, essendo il più lucido possibile su dove mi trovo e cosa sto facendo e cosa ciò implica; e il meno rigido possibile davanti agli eventi interni ed esterni, alle situazioni, alle emozioni, ai rapporti.

Naturalmente, è molto più facile da dire che da fare. Ma, come è stato pure detto, wir sind nicht allein — non siamo soli; si può, nel corso del tempo, chiedere aiuto, riceverlo, — pure darlo.


LETTURE

Gloria Anzaldua, Borderlands/La frontera. – The new mestiza, Aunt Lute Books 2007 (1987).
Saskia Sassen, Una sociologia della globalizzazione, trad. it. di P. Arlorio, Einaudi, Tornio 2008.
Neil Brenner e Roger Keil (a cura di), The Global Cities Reader, Routledge 2006.
G. Deleuze e F. Guattari, Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, trad. it di G. Passerone, Castelvecchi, Roma 2003 (1980).
Allen Ginsberg, «Kaddish» (1961), in Poesie scelte 1947-1995, testo inglese a fronte, trad. it. di L. Fontana, Net, Milano 2005.
J.-F. Lyotard, Il dissidio, trad. it. di A. Serra, Feltrinelli, Milano 1985.
R. D. Laing, L’io e gli altri. Psicopatologia dei processi interattivi, trad. it. di R. Tettucci, BUR, Milano 2002 (1961).
Scott Bukatman, Terminal Identity. The Virtual Subject in Postmodern Science Fiction, Duke Universiy, 1993.
Hannah Arendt, Vita Activa, trad. it. di S. Finzi, Bompiani, Milano 2009 (1964).



A.R. Penck, Der Übergang, 1963


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