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Transmoderno. Un nuovo paradigma
A cura di Marco Baldino




Introduzione
di Marco Baldino

20 giugno 2013


È possibile un dialogo “reale” tra le varie forme di civiltà? Questo è ciò che Henry Corbin si domandava nel 1977, a Teheran, in occasione di un Colloquio Internazionale organizzato dal Centro Iraniano per lo Studio delle Civiltà, giusto un attimo prima che scoppiasse la rivoluzione khomeinista. Oggi la rivoluzione khomeinista è solo un residuo di civiltà tradizionale nel processo di occidentalizzazione del mondo.

A noi spetta pertanto di attualizzare la domanda nel modo seguente: è possibile un dialogo reale tra paradigmi? Il postmoderno, vale a dire la constatazione dell’incommensurabilità dei paradigmi, ci ha stancati. Che cosa è accaduto, essenzialmente? Ci siamo saziati dell’ottimismo con cui il postmoderno predicava il nichilismo? Certo, l’estetica delle macerie è un po’ stucchevole per chi si dispone a condurre la propria esistenza razzolando tra le rovine. Ebbene, che cosa è accaduto?

In primo luogo l’avvento di una sorta di scambiabilità illimitata di tutti i discorsi, di tutte le immagini, di tutti i suoni, la comparsa di un equivalente universale astratto del linguaggio esteso: il sistema binario. Il sistema binario, combinato con l’elettronica, permette di mappare in scala uno-uno tutti i clic, tutti i pixel, tutti i campionamenti presenti in rete e di elaborarli in tempi che chiamiamo “reali”. La necessità di facilitare la comunicazione tra culture attraverso poderosi lavori di traduzione, sembra superata.

Lo stesso concetto di “civiltà”, con quel suo richiamo alla forza segreta, invisibile, spiritualmente identitaria che lo abita, non si può più dire che svolga un ruolo determinante. Bastano effettivamente alcuni meccanismi informatici ben programmati perché masse enormi di utenti (ma è solo un altro modo di dire “persone”), si scambino, oltre a transazioni economiche, quantità di contenuti culturali. Lo zoccolo profondo delle civiltà, l’identità irriducibile e intraducibile che costituisce la loro forma spirituale, appare piuttosto come una sorta di “valore aggiunto”: niente ci piace di più della spiritualità tibetana, ma essenziale per noi sono la libertà politica ed economica di quel paese, vogliamo poterci andare, poterci fare affari — e non ameremmo affatto che quelle terra martoriata venisse inghiottita da una qualche forma di teocrazia.

Ciò che Corbin escludeva come eventualità meramente contraddittoria, la riduzione del dialogo fra civiltà a mero funzionamento tecnologico, si è avverato. Quella forza segreta, invisibile, che sembrava costituire lo zoccolo incomprimibile di una cultura, il suo carattere proprio, irriducibile e intraducibile, si è sciolto nella traducibilità illimitata della tecnica informatica. Il problema del dialogo tra civiltà sarà forse emerso come scontro tra secolarizzazione e sacralizzazione, ma si è risolto nella diffusione planetaria della Information and Communication Technology.

Il totalitarismo come sacralizzazione delle istituzioni non sembra essere più all’ordine del giorno. Le ultime resistenze alla forza espansiva della secolarizzazione le vediamo andare in pezzi con l’apparizione, in Egitto e in Tunisia, del movimento femen.

Ecco dunque che cosa è successo: se il postmoderno era la scoperta e la presa d’atto dell’incommensurabilità dei paradigmi e dell’intraducibilità dei regimi di frasi, il Transmoderno è la scoperta e la presa d’atto della intercambiabilità dei paradigmi e della scambiabilità a morte di tutti gli enunciati, sulla base della loro riducibilità binaria, sulla base della loro universale circolazione web-eriana.

Si potrebbe dire che il concetto di “implosione” proposto da Baudrillard, ha avuto la meglio sul “problema della legittimazione” elaborato da Lyotard: gli effetti sono in effetti quelli dell’iperrealismo, dell’osceno, della reversibilità, dello scambio simbolico, ma in una forma meno drammatica e ironica di come non appaiono sulla pagina baudrillardiana. Lo scambio simbolico, per esempio, assomiglia meno allo scontro a morte del signore e del servo che non alla dinamica del riconoscimento risolta nell’ambito di un gioco socialmente e pubblicamente regolato e regolabile, dagli effetti mutuamente soddisfacenti. L’osceno assomiglia meno all’ipervisibilità che uccide le passioni, l’eros, il senso e il sociale stesso, che non alla possibilità di modulare l’impatto del reale sulla nostra vita, attraverso lo schermo del virtuale: il matrimonio tra gay ci appare plausibile perché i loro comportamenti sessuali ci sono noti nei particolari e, in definitiva, non differiscono, nemmeno nell’esagerazione pornografica (di cui possiamo renderci sempre spettatori), da quelli eterosessuali: l’arbitrio si trasforma in diritto proprio grazie all’ipervisibilità del reale, proprio grazie all’oscenità.

E tutto ciò va con il passaggio dal teologico al sociologico, che era una catastrofe per Corbin. Il sociale che si sostituisce al theos. Bene, si tratta della catastrofe costitutiva dell’orizzonte di senso di questa nuova fase del mondo, con buona pace di Corbin.

Il problema non è più quello di un dialogo fra civiltà, perché le civiltà sprofondano, le differenze si stemperano in una forma di civiltà, per così dire, globish. Il problema, semmai, è quale pratica del pensiero, quali strategie memoriali e quali forme politiche si accordino con l’intercambiabilità dei paradigmi e la traducibilità implosiva degli enunciati. Il problema non è più cercare ciò che ci unisce nel mare magnum di ciò che ci divide, ma quello della messa a disposizione di un valore aggiunto, differenziale (anche nel senso matematico del “piccolo”), che garantisca la mobilità turistica (nel senso etimologico: tour-istico) delle persone.

Meravigliarsi di una piccola differenza è il motore di una residua attività storica in un mondo sfebbrato e convalescente dalla grande piressia del negativo. Il turismo, le piccole differenze nelle forme di autogoverno e nel modo di esprimere dissenso nel locale, le forme di conservazione della memoria, l’uso delle tradizioni di pensiero, l’intelligenza con cui, localmente, viene gestita l’intercambiabilità dei paradigmi, costituiscono il vero residuo differenziale capace, forse, di accordarsi al processo di omogeneizzazione globale e, per questo, forse, di garantirci anche dallo sprofondare nel silenzio.




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