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Transmoderno Un nuovo paradigma
A cura di Marco Baldino




Von Balthasar come transmoderno.
Scritti recenti di estetica teologica.

di Dutton Kearney

(Traduzione di Francesca Brencio)

20 giugno 2013


La trilogia interdisciplinare di Hans Urs von Batlthasar — La Gloria del Signore: un’estetica teologica — è stato un evento spartiacque nel ventesimo secolo per le discipline di teologia, filosofia e estetica. Sicuramente potremmo menzionare altre discipline provenienti da questi studi, ma per il presente compito, queste tre sono sufficienti. I lavori di Von Balthasar si sono ora addentrati nella loro seconda fase di ricezione — la prima è stata la traduzione seguita da riassunti introduttivi — e sempre più studiosi cercano di applicare la sua cornice teoretica al compito attuale di fare teologia, filosofia o estetica. Sebbene per la terza fase — critica e correttiva — ci vorrà ancora qualche decennio prima che venga realizzata interamente si stanno tuttavia sviluppando alcune iniziative anticipatrici a tal proposito. Queste tre fasi possono servire come principi organizzativi per esaminare tre recenti lavori in estetica. In ciascuno, Von Balthasar mette bene in mostra o la componente integrale allo sviluppo di una particolare tesi ,o il punto di partenza.

Il background teologico dell’arcivescovo Bruno Forte permette un acuto commento sull’estetica, e il suo “La porta della bellezza: per un’estetica teologica” — che è in parte introduttiva ed in parte applicativa — fonda un solido ed importante lavoro di base per un’ulteriore riflessione. I primi sei capitoli si occupano di singoli pensatori (Agostino, l’Aquinate, Kierkegaard, Dostoevskij, von Balthasar e Evdokimov), invece i restanti tre offrono riflessioni sulla musica, sul cinema e sulla poesia. È una solida introduzione ai differenti approcci alla bellezza da un contesto teologico e in quanto tale non discute dell’estetica in astratto, ne' tantomeno discute dell’estetica esclusivamente dalla prospettiva limitata di una particolare disciplina, come la filosofia e la letteratura. Sebbene ogni capitolo consti di circa dodici pagine vi è in esse, una sorprendente profondità che molti scrittori non riescono a raggiungere nemmeno nel doppio delle pagine. Eppure il testo si autolimita ad una serie di introduzioni, che rendono ragione del suo sottotitolo: infatti, si addentra all’interno di una teologia dei vari tipi di estetica piuttosto che in una presentazione completa di uno di essi.

Il proposito dichiarato di Forte è “esaminare il profondo, sebbene non sempre ovvio, contributo del pensiero teologico alla comprensione ed all’esperienza della bellezza” (tav. VIII). Per lui, la bellezza è come una sineddoche: l’intero è comunicato attraverso la parte. Per esempio, la totalità dell’amore di dio è comunicato attraverso la croce; l’infinito è rivelato attraverso la finitezza. Il suo compendio non intende essere un sondaggio di teologia o di qualche estetica, piuttosto gli acuti capitoli si concentrano su specifici pensatori. Sebbene egli tragga da Von Balthasar un solo capitolo, il suo progetto di rinvigorire la relazione tra la teologia e l'estetica anima buona parte del libro di Forte. Nel suo capitolo iniziale, quest’ultimo guarda a due pensatori che svettano sulla teologia medievale: Agostino e l’Aquinate. Forte interpreta Agostino come un teologo che passa la sua intera vita andando dietro alla relazione fra Dio e la bellezza e, riportandone un passaggio molto familiare tratto dalle Confessioni — Sero te amavi, pulchritude tam antique et tam nova” (Libro. 10, Cap. 27) [“Tardi ti ho amato, Oh bellezza tanto antica e tanto nuova”] — Forte esplora le implicazioni nel definire Dio come bellezza. Se la bellezza attira l’amore, e se Dio è amore al pari della bellezza, possiamo dunque facilmente comprendere perché siamo attratti dalla bellezza — la nostra risposta soggettiva al piacere è causata dalla presenza oggettiva della bellezza. Nell’applicare questo schema di sineddoche, Forte mostra come Agostino descriva le qualità della bellezza in riferimento alla loro origine, Dio. Perciò, un oggetto bello è in armonia con sé, e di conseguenza in armonia con l’intero. Nel suo capitolo sull’Aquinate, Forte si appoggia su Jacques Maritain e Umberto Eco, in aggiunta alla descrizione tripartita di integrità, proporzione e radiosità che è molto familiare ai lettori di questa rivista. Forte aggiunge alla discussione dell’Aquinate sull’analogia e la verità: quando rispondiamo alla bellezza capiamo fino in fondo l’oggetto per come è (come opposto a come vorremo che sia) e l’intero è portato al frammento attraverso l’atto dell’ideazione. Forte contrasta il personalismo di Agostino con il razionalismo dell’Aquinate, arrivando a un terreno comune ai due pensatori.

Ognuno dei primi sei capitoli segue una traiettoria simile. Nelle sue discussioni a proposito di Dostoevkij, Forte identifica le varie minacce alla bellezza, la più dannosa è il nichilismo. Nel focus del romanziere sul Venerdì Santo — le immagini della violenza nelle opera — Dostoevskij mostra che il solo cammino verso Dio è attraverso la croce. Dal momento che la bellezza non può manifestarsi in questo mondo senza una scelta consapevole, i personaggi di Dostoevskij sono dotati della libertà di scelta tra nichilismo e redenzione poiché “la via della croce rimarrà sempre la via verso la libertà e la bellezza” (p. 51). La perdita di Dio nel modernismo si è verificata attraverso una perdita del senso della bellezza. Nel capitolo seguente Kierkegaard è descritto come una figura transitoria che conduce a von Balthasar, il quale, inerendo a questa tradizione di sineddoche, scrive la sua trilogia sull’idea che il tutto si riveli attraverso la parte. La bellezza, per von Balthassar, è il più importante dei trascendentali perché senza questa, la verità e il bene scompaiono. Il capitolo su Paul Evdokimov esamina il ruolo della cristianità orientale e della bellezza che è rivelata attraverso le icone, che, ancora una volta, sono una forma della sineddoche divina. I tre capitoli conclusivi del libro speculano sulla musica, sul cinema e sulla poesia. Ancora una volta, dal momento che egli scrive per ampie pennellate, conduce i lettori solo alla soglia dell’applicabilità delle sue tesi piuttosto che alla loro effettiva messa in pratica. Tuttavia, per un libro sottotitolato Per un’estetica teologica, i lettori non dovrebbero sentirsi delusi dall’esser condotti sulla soglia e lì abbandonati (ad esempio, il capitolo sulla poesia fornisce un poema senza commentarlo) piuttosto, dovrebbero considerare il libro come un’opportunità per un ulteriore sviluppo. Dal momento che si tratta di una introduzione riflessiva all’estetica teologica,questa è una buona panoramica.


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La seconda fase della ricezione del lavoro di von Balthasar si basa sull’applicabilità di queste sue tesi, e sarebbe abbastanza difficile trovare un teorico critico migliore di Michael P. Murphy. Il suo Una teologia del criticismo: Balthasar, postmodernismo e l’immaginazione cattolica rappresenta un vero sviluppo nell’applicare l’estetica teologica al criticismo letterario. Ci sono stati recenti studi sulla cosiddetta “Immaginazione cattolica” ma davvero pochi di questi lavori trascendono il loro contesto sociologico al fine di presentare sistematicamente i loro risultati. Il libro di Murphy è una ricca spiegazione interdisciplinare della trilogia, che posiziona il pensiero di von Balthasar non solo nel suo contesto storico e in quello teologico, ma lo esamina anche alla luce del postmodernismo. Murphy possiede pienamente il vocabolario del criticismo letterario postmoderno, e ciò che rende il suo lavoro così incisivo è la sua insistenza sull’applicabilità della cornice concettuale del postmodernismo a von Balthasar, nel mentre rispettando e sostenendo in generale le proposizioni di von Balthasar. Il dialogo fra una disciplina che attacca la reale esistenza del significato e un teologo che afferma che tutto il significato è mediato attraverso la croce è un dialogo interessante. Dopo aver stabilito il contesto storico e quello metodologico del suo studio, Murphy applica in un secondo momento l’approccio di von Balthasar alla letteratura (“Rivelazione” di Flannery O’Connor e “La terapia” di David Lodge) e al film (“Le onde del destino” di Lars von Trier). Il risultato è un notevole tour de force per i teologi, per i critici letterari e allo stesso modo per i postmodernisti.

Murphy inizia il suo studio trovando l’intersezione fra la teologia e la letteratura narrativa. Nel suo capitolo iniziale (una convincente apologia del criticismo religioso) intende definire l’inciso “immaginazione cattolica”. Come uno si aspetterebbe dal titolo, egli ravvisa la definizione più affidabile nel lavoro di von Balthasar, facendo un uso generoso del 15 volumi della sua trilogia al pari di tutti gli altri lavori di von Balthasar. Inoltre, c’è una scrupolosa bibliografia, e molte fonti secondarie sono annotate nelle note. La conseguente conversazione fra teologi, studiosi di letteratura e filosofi ripropone consapevolmente la stessa interdisciplinarità di von Balthasar (“il pluralismo intellettuale”), e dal momento che Murphy evita il gergo letterario che offusca più che rivela, il suo lavoro può avere un ampio interesse. Murphy dice che “il principale proposito di questo studio, poi, è di suggerire creative e credibili opzioni per i critici religiosi” (p. 5). Sebbene le definizioni di postmodernismo nell’introduzione non siano esaurienti, Murphy introduce più termini e metodi postmoderni nel libro mentre spiega i testi.

Alcuni lettori potrebbero preferire il fatto che Murphy separi i suoi capitoli sulla teologia e sulle analisi letterarie piuttosto che usare la sua tecnica di frequenti sezioni di squarci, ma il vantaggio per il suo metodo è che i lettori possono vedere la conversazione continuativa tra le varie discipline. In base a quel principio per cui la verità non può contraddire la verità, Murphy cerca di trovare un terreno comune fra la proposizione teologica che afferma che la croce sia il centro e il compimento della storia umana e le proposizioni postmoderne per le quali tutta la storia è un costrutto di una struttura di potere che domina sulle altre. Dal momento che il postmodernismo (e qui, Murphy usa Derrida) rifiuta la verità religiosa, Murphy decide di seguire il postmodernismo come una sorta di teologia negativa. La metodologia permette a Murphy il lusso di collocare il tropo del postmodernismo al servizio dell’estetica teologica di von Balthasar.

Il secondo capitolo fornisce informazioni biografiche intorno a von Balthasar nonché una sintesi dei punti principali della sua trilogia. Murphy colloca l’uso balthasariano dell’interdisciplinarietà nell’Illuminismo, che, naturalmente, rimanda all’uso in parallelo che Murphy fa della teologia e del postmodernismo.

Inoltre, egli arriva all’importante affermazione per la quale la spiritualità ignaziana ricopre un ruolo vitale nel suo approccio al soggetto, non solo perché il gesuita attivamente è impegnato nel modernismo, ma anche perché gli Esercizi spirituali hanno aiutato la visione intellettuale di von Balthasar nella comprensione del significato dell’estetica per l’identificazione e la visione della croce come il centro della storia umana. Questo capitolo non spiega l’estetica di von Balthasar (altri studi sono già stati compiuti al primo momento della ricezione), piuttosto presenta tre temi che Murphy ritiene essenziali nell’opera di von Balthasar; concentricità (rivisitare lo stesso tema attraverso differenti prospettive), musica e pluralismo stilistico. Ciò che spiega la singolarità dell’approccio di Murphy è il suo (scilicet: di von Balthasar — ndt) insistere simultaneamente sull’indagine teologica e su quella estetica; l’errore derivante da questo modo di procedere ha condotto a molti lavori incompleti sull’immaginazione cattolica.

Il capitolo tre (intitolato “Composizioni sacre”) contiene una discussione della lettura gerarchica e teologica del piccolo romanzo di Flannery O’Connor “Rivelazione”. Il postmodernismo — sia attraverso il nichilismo oppure attraverso il relativismo — ha fanaticamente fatto collassare tutte le qualità della giustizia naturale (le basi per le gerarchie) in egemonie create dalla volontà di potere. Murphy esamina il trascendentale della bellezza alla luce della Intuizione creativa nell’arte e nella poesia di Maritain e la divisione tripartita della bellezza in integrità, proporzione e radiosità, tessendo nel contempo le interpretazioni di Pablo Neruda, Walker Percy, William Everson, e Flannery O’Connor.

È riuscito ad integrare sufficientemente le due discipline della teologia e della critica letteraria nella sua metodologia, e i lettori sono invitati a visualizzare il processo come qualcosa tipo un direttore che guida un’orchestra. La sua lettura del breve romanzo di O’Connor “Rivelazione” è intuitiva, andando e combaciare con la discussione teologica dell’Aquinate e di von Balthasar.

Il capitolo quattro esamina l’estetica teologica nel cinema. Qui Murphy accoglie la struttura del quinto volume di von Balthasar Teo-dramma come una guida sicura per interpretare le arti drammatiche. Permettendo noi stessi di esser condotti da Dio sul palco delle nostre vite, partecipiamo a un dramma dialettico con Dio. Dal momento che la dialettica è fresca e nuova per ogni persona — eppure è lo stesso Dio ad iniziarla — c’è una intersoggettività con il teodramma, così come un'indeterminatezza perché lo Spirito risponde differentemente ad ogni persona. Murphy identifica giustamente “intersoggettività” e “indeterminatezza” come preoccupazioni del postmodernismo e usa questi termini in uno sforzo di trasformare le categorie del criticismo letterario. In un senso, Murphy colloca i moderni postmodernisti nella ricontestualizzazione dei termini letterari come categorie per fare estetica teologica, e lo fa in modo che riconosce la complessità e il contributo del postmodernismo. Per esempio, i modernisti dicono spesso dell’inscrizione: Uno è iscritto sopra l’Altro. Piuttosto che rinforzare l’iscrizione come un’espressione di ricerca egemone del potere, Murphy indica teologicamente l’ovvio: nel teodramma, Dio, avendo inscritto la sua immagine su di noi, ci richiama a sé. Non è una manipolazione di strutture del potere, ma un’espressione di amore.

Il capitolo si conclude con un’ingegnosa lettura del lavoro del regista Lars von Trier. Nella sua discussione di von Trier, Murphy scrive circa l’immaginazione cattolica attraverso il linguaggio del postmodernismo. Le onde del destino non è stato senza controversia quando è uscito. Girato nella Scozia calvinista, il film ritrae una dialettica fra le immaginazioni teologiche dei protestanti e dei cattolici, e l’analisi di Murphy è davvero penetrante quando esamina il film in questa chiave, specialmente quando segnala i difetti nell’immaginazione teologica protestante. Il film inoltre consente una discussione ampia della analogia entis, il punto più evidente della differenza fra cattolici e protestanti. Prendendolo per intero, il capitolo è acuto; tuttavia, la strategia retorica del mescolare il background teologico con il criticismo cinematografico non funziona tanto bene quanto accade per la fiction — le interruzioni distolgono i lettori da una comprensione del film. Forse se Murphy avesse dato ai lettori un più dettagliato riassunto del film, l’organizzazione delle sottosezioni sarebbe stata più liscia, ma è encomiabile per l’inclusione nel suo lavoro.

Il capitolo finale è un’estesa analisi di La terapia di David Lodge. A questo punto, i lettori si sono abituati alla metodologia di Murphy e si sentono a loro agio. Questo capitolo si occupa del modo con cui le persone decidono delle loro vite. Attraverso René Girard, Judith Butler, Søren Kirkegaard (che Lodge esplicitamente evoca nel romanzo), e Martin Buber, Murphy mostra come il personaggio di Lodge Laurence Passmore si arrenda alla cultura consumistica e abbracci — o piuttosto “svolti” verso — il trascendente. Attraverso il capitolo Murphy intreccia teologia, filosofia e critica letteraria, ammirabilmente soddisfacente la sua precedente intenzione per la quale l’approccio interdisciplinare simultaneo di von Balthasar sembra essere imitato da tutti i critici e i teologi. Questo capitolo è forse il più integrato con i cinque — dopo ogni digressione sul postmodernismo, Murphy applica coscientemente quella critica postmoderna al romanzo, sebbene con il fine di von Balthasar.

La sua insistenza nell’usare una terminologia postmoderna in una cornice cristiana è uno dei principali punti di forza del suo lavoro. Murphy rifiuta di ridurre le argomentazioni e i fondamenti del postmodernismo a un mero foraggio: nella sua apertura alla verità, ammette che il bene e il vero (e dunque anche il bello) lavorino su di lui. Uno può sperare che il processo sia reciproco con in modernisti stessi.


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La pienezza del terzo passaggio — il passaggio critico e correttivo — della ricezione di von Balthasar è ancora nel futuro, ma ci sono argomentazioni anticipatrici presenti in L’estetica teologica dopo von Balthasar, studi sviluppati a partire dalle presentazioni a conferenze internazionali nel 2004 e nel 2006. Pubblicati da Oleg Bychkov e James Fodor, la raccolta suggerisce molte proposte correttive all’estetica teologica di von Balthasar, le più rimarcabili sono quelle che coinvolgono il suo percepito fraintendimento delle tradizioni della teologia protestante e dell’estetica. Nella sua introduzione, Bychkov usa il linguaggio della filosofia per parlare di estetica piuttosto che di teologia come Forte, o di postmoderno come Murphy. Dal momento che esistono differenti tradizioni estetiche, c’è un conseguente pluralismo — che i curatori hanno incoraggiato — in questo volume che è assente in Forte e Murphy. Così è nella natura delle conferenze universitarie (sebbene i lettori potrebbero notare che questo volume non è semplicemente il procedere di conferenze, ma revisioni impegnate e presentazioni). Dal momento che il libro è una raccolta di saggi, non c’è una singola linea narrativa, e mentre ogni singolo saggio offre il suo punto di vista, c’è una mancanza di interconnettività che uno trova in una monografia. In aggiunta, c’è una sovrapposizione tra i tre libri qui recensiti: l’Aquinate e von Balthasar sono i soli pensatori che figurano preminentemente in ognuno, e Alejandro Garcia-Rivera ha un saggio su Bychkov; Garcia-Rivera è uno dei più vicini lettori e consulenti di Murphy.

Il volume inoltre è ancora più dialogico rispetto agli altri due, e certamente anche più critico di von Balthasar piuttosto che di Forte o di Murphy. Per esempio, dove von Balthasar divide gli orientamenti con l’estetica teologica protestante (come Murphy fa nella sua discussione su Le onde del destino di von Triers), alcuni saggi in questa raccolta sono alla ricerca di una conciliazione tra le due tradizioni estetiche. Von Balthasar interpreta l’emozionato ancorarsi del protestantesimo alla Parola al di là dell’analogia entis (l’analogia dell’essere), al di là dell’intelletto, come passività piuttosto che come attività.

Inoltre, come uno si aspetterebbe con una dura enfasi sul protestantesimo, l’immaginazione cattolica è meno di una preoccupazione. La speciale attenzione riservata alla Riforma, Lutero, e alle tradizioni anglicane permette di estendere le discussioni delle figure non solo in Forte o Murphy, ma anche in Barth e Tillich.

La maggior parte dei saggi, tuttavia, si può dire che vengano ispirati da von Balthasar. Per esempio c’è il libro di Ben Quash’s “Hans Urs von Balthasar ‘teatro del mondo: l’estetica della drammaturgia” che si concentra sulla spiritualità teologica di Ignazio. Un altro saggio, come quello di Richard Vilande-sau “La bellezza della Croce”, combina von Balthasar, Tillich e le illustrazioni come un mezzo per indicare le convergenze fra von Balthasar, i sermoni, e la bellezza. Il libro di James Fodor ‘La bellezza straniera’. Giudizio parabolico e il testimone della fede esamina le parabole di Gesù alla luce di Stanley Hauerwas, Iris Murdoch, Paul Ricoeur e vari epigoni di von Balthasar. Bernadette Waterman Ward e James Kerr presentano due eccellenti saggi sul trattamento di Hopkins di von Balthasar; il primo si concentra su Scoto in Hopkins, mentre l’ultimo esamina il posto di Hopkins nel canone dei poeti inglese. Ci sono anche alcuni saggi che non menzionano per niente von Balthasar, dedicandosi all’estetica dei filosofi come Aristotele, Duns Scoto. Altri contributi, come quello di Lee Barrett “Von Balthasar e l’estetica protestante”, sono tesi a sottolineare i limiti nella comprensione dell’estetica protestante da parte di von Balthasar. Il dialogo fra questi saggi è tanto interessante quanto complesso.

Il poeta Charles Péguy una volta ha sottolineato che l’acqua sul fondo del pozzo era più nuova dell’acqua in cima al pozzo. La tradizione, per Péguy come per von Balthasar, è un’entità vivente, qualcosa di nuovo che deve esser rivolto ad ogni età. L’impatto dell’encicopledica oeuvre di von Balthasar sarà toccata per molti altri anni a venire. L’applicabilità della sua metodologia alle varie discipline deve ancora esser esperita (ci si richiama al 1980 quando ogni lavoro letterario era sottoposto a una lettura di decostruzione; è da farsi lo stesso augurio attraverso le lenti di von Balthasar), e il compito è entusiasmante per il futuro criticismo religioso. I critici che vogliono ottenere una comprensione della storia della teologia estetica farebbero bene a leggere Forte, e coloro che sono interessati a farlo partendo da un contesto di pluralismo religioso farebbero bene a leggere Bychkov e Fodor. Tuttavia, coloro che vogliano fare il lavoro di critici letterari troveranno sulle loro ginocchia il testo di Murphy come la miglior preparazione. Lì, il lavoro fondamentale del transmodernismo di von Balthasar è stato fondato.


Oleg V. Bychkov and James Fodor (a cura di), Theological Aesthetics after von Balthasar, Ashgate Studies in Theology, Imagination and the Arts, eds. Trevor Hart et al. Aldershot, England and Burlington VT: Ashgate Pub-lishing Company, 2008.

Bruno Forte, The Portal of Beauty: Towards a Theology of Aesthetics, Trans. David Glenday and Paul McPartlan. Grand Rapids MI: William B. Eerd-mans Publishing Company, 2008.

Michael P. Murphy, A Theology of Criticism: Balthasar, Postmodernism, and the Catholic Imagination. American Academy of Religion Academy Series, ed. Kimberly Rae Connor. Oxford: Oxford University Press, 2008.


Hans Urs von Balthasar




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