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Rahamim. Lingua, terra, misericordia
A cura di Francesca Brencio




Microtrattato in versi sulle origini del mondo
di Sonia Caporossi

Settembre 2013


Rahamim
Misericordia
Pasto all’aglio del ricordo
Meme ancestrale
Ebraico incavo del nulla del vuoto
Ventre uterino, intra-extra in pulsazione
Pallido addiaccio della venatura molle
In cui scorre il sangue di deità scarnificate
Prostrati qui alla luce, in nuce riposiamo
O Potnia Metereopatica
Eretteo misterioso sull’Acropoli del Mondo
Teca di velcro dell’humanum
(giacché homo sum, et cere humanum brum)
Velours, Crochet, chiusura lampo del Tempo
Spazio vuoto fra le dita dell’orma di Dio
Imprimatur essenico, pe-diluvio universale
Mayr *Màhzter Hayr *Phzter
Madrepadre di Valentino
O santa ctonia, o sale o peso o kentum
Isoglossa centum-satem che seziona il mio duo-verso
An-Ki, Cielo e Terra, la montagna inseparata
Gli Dei ctoni e iperurani si dividono il Blastoma
Sul palato del Dio Intero l’affricata di un abbraccio
Con la terra da cui forse noi dormienti proveniamo
Mergiforme, notticulo abbaglio
Indopaleoradicali che ci inducono al setaccio
Di ermeneutiche speranze sulla soglia del Pleroma
Progenismo dell’idioma qui nel gioco del linguaggio
Partorito in fila indiana dalle viscere materne
Dagli incavi delle vergini Mati Zemlya, Tellus, Ceres
*ker, “la Femmina che porta messi”
Gea teogonica, Pachamama
A cui poi donare l’offerta
Un feto di lama, una foglia di coca
Rendendo grazie alla ruota del Tempo
Sulle ginocchia di Madre Natura
Che ci osserva indifferente, lo diceva il Conte Giacomo
“tutto è male”, tutto è molle sui malleoli del Verbo
Rigenerazione a frotte nella serie di Fibonacci
Geni, eoni, basi azotate, doppie eliche annodate
Madre Incinta Maculata
La lordosi del peso del Ventre
Steatopigia che ci dà la vita
Callipigia, fecondata fica
Aeneadum Genetrix, Hominum Divumque Noverca
La calcite delle ossa nella Colchide del Caucaso
Fu la patria delle Amazzoni, fu la terra di Medea
Folle Madre figlicida tra gli Sciti e i Cimmeri
Orizzonti di senso comune
Ci raggrumano la memoria
Nelle formule d’invocazione
Πότνια Θηρῶν degli Archetipi
Pia Signora delle Bestie
(La minoica cacciatrice come da letteratura)
Ishtar – Astarte – Afrodite – Kubaba – Cibele – Artemide
Persefone – Proserpina, doppelganger impenitente!
Se Ecate è figlia di Gea, se Demetra è figlia di Rea
La dea Aruru dei Sumeri di chi è figlia?
Orbe indotto dell’Ur-Cosmos
Prima che Bythos l’abisso si svegliasse dal torpore
Prima che Sophia creasse Jaldabaoth nel fetore
E Barbelo rilevasse la sostanza dell’errore
Noi di chi eravamo figli?
Miserere, Pantocrator
Rahamim, o Re del Mondo:
Siamo posteri all’orrore.


RAHAMIM, OVVERO LA NATURA CHE CHIEDE VENIA AI PROPRI FIGLI

Con questo poemetto che ho chiamato, un po’ pretenziosamente, “microtrattato in versi sull’origine del mondo”, ho cercato di scrivere un testo che possa essere considerato sostanzialmente niente più che un gioco linguistico e culturale, una specie di glassperlenspiel per addetti ai lavori, ma che potesse anche risultare contemporaneamente riassuntivo, dal doppio punto di vista antropologico e storico — religioso, dei contenuti fondamentali sull'argomento "terra-ventre materno" non disdegnando una forma poetica curata. Si tratta di una scrittura visionaria in cui sono sparse citazioni e riferimenti, la quale contiene una profonda fascinazione gnostica; ciò non si evince solamente dalle citazioni finali delle figure di Barbelo e Bythos, ma percorre per intero il testo come un collante argomentativo sottinteso. In realtà, lo gnosticismo è il filone filosofico - religioso meno "terrestre" che esista, e per questo motivo appare sulle prime in contrasto con lo stesso argomento trattato, pertanto tale accostamento poetico va in qualche modo spiegato.

All’interno del componimento, attraverso una serie di invocazioni ed apostrofi ed una tecnica che procede spesso per frasi nominali, ho esposto con mera funzione simbolica quasi tutte le divinità ctonie femminili note in letteratura, che rappresentano fin dalla notte dei tempi il ventre materno nel suo significato di accoglienza, crescita e protezione. La suggestione semiotica dei ritrovamenti archeologici e dei manufatti, dalla Potnia Meter in poi, si affianca alle radici sanscrite, greche, armene et similia dei nomi che in parte le identificano, a sottolineare la presenza in tutte le principali culture dell’antichità di riferimenti alla terra misericordiosa, all’abbraccio materico dell’utero terrestre che porta le messi e si scandisce all’interno del ciclo benedetto delle stagioni. Ho percorso un doppio filone tematico, quello simbolico e quello paleolinguistico, con riferimenti mirati alle isoglosse che delimitano le stesse semiosfere culturali separandole l’una dall’altra, per giungere infine alla formulazione degli interrogativi finali, all’interno dei quali si nasconde, taciuta e serpeggiante, la stessa domanda originaria di Heidegger: “perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?”, la quale, messa in bocca a individui paleometafisici, suonerebbe probabilmente come una domanda sulla propria discendenza, figliolanza, atavicità. Insomma: se Sophia creando Jaldabaoth che a sua volta ha creato il Mondo terrestre, ovvero “la zona d’ombra che resiste alla luce” come direbbe Plotino, ha errato perché il mondo terrestre è male, allora noi di chi siamo figli? La risposta più ovvia in tempi di nichilismo potrebbe essere la seguente: “Siamo posteri all’orrore”, appunto. Proprio per questo chiediamo “rahamim”, misericordia per la “sozzura del nostro stesso ventre”, come sosterrebbero a loro volta i barbelognostici. In effetti, secondo Wilhelm Bousset, l’eone Sophia non sarebbe altri che una modificazione dell’Ishtar babilonese o dell’Astarte fenicia e cananea, divinità della fecondità, della guerra e del rivolgimento, mentre nella Pistis Sophia è indicata come figlia di Barbelo, il Principio Femminile sommo, e in altre correnti gnostiche le due figure vengono quasi identificate. Com’è noto, a Sophia viene attribuito il male materiale attraverso la creazione colpevole del Demiurgo senza la controparte maschile della propria sizigia, il quale dio inferiore avrebbe a sua volta creato questo mondo.

Ed ecco allora che il mistero dell’avvicendarsi ciclico della vita e della morte non cessa mai di imporre una richiesta di misericordia ai propri figli, e forse è questo il nostro eterno destino: invocheremo per sempre rahamim, fra un de profundis e un miserere. Non è forse un caso che in tempi recenti El maalè rahamim, “O dio pieno di misericordia”, la poesia di Yehuda Amichai, venga spesso utilizzata per la commemorazione della Shoah, con un allargamento significativo della richiesta atavica di misericordia per morte naturale anche a chi è morto di morte violenta.


Sonia Caporossi (Tivoli, 1973) si occupa di estetica filosofica e filosofia del linguaggio. Suoi contributi di critica letteraria, storiografica e filosofica, poesie e prose, sono apparsi su vari blog e riviste. È stata direttore e caporedattore del sito aperiodico Terra Di Poiesis. Attualmente, insieme ad Antonella Pierangeli, dirige il blog Critica Impura. Sempre con Antonella Pierangeli ha pubblicato, nel gennaio 2003, per Web - Press Edizioni Digitali l’ebook Un anno di Critica Impura. Vive e lavora nei pressi di Roma.



Mark Rothko, Black on Maroon 1958


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