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Quel che resta dell’utopia | Kasparhauser 14
A cura di Giuseppe Crivella




I. UTOPIA, I SIGNIFICATI E LA STORIA
I.2 U-topia o Eu-topia?

Novembre 2016

Come già notato, l’utopia, prima di essere a pieno titolo una categoria politico-sociale, è un genere letterario proprio della produzione fantastica. Essa non è soltanto quindi un non-luogo, ma è anche a prima di tutto un buon-luogo — una eu-topia — ovvero una regione della felicità, [1] della perfezione e della pienezza dalla quale la dimensione del divenire storico sembra essere del tutto esclusa. [2] Il passaggio logico e epistemologico tra u-topia ed eu-topia tuttavia non è così naturale e diretto come sembrerebbe. Se la prima indica l’esistenza — solo congetturabile — di un altrove incollocabile nel tempo dove le strutture sociale risultano epurate dalle disfunzioni specifiche della situazione sociale da cui deriva chi formula tale ipotesi, nella eu-topia è contenuto un senso leggermente più ampio e forse più sfumato, poiché esso designa una regione del mondo ove la storia sembra aver saldato le condizioni proprie in cui è calato chi immagina con le condizioni attuate nello stato immaginato. Ciò significa che nell’eu-topia la progettualità [3] è già intensamente e inarrestabilmente operativa, mentre nella utopia originaria essa è come bloccata dalla presupposizione stessa che quanto proiettato in quell’altrove sia del tutto irrealizzabile.

Tale bipartizione tematica e metodologica è suffragata dal fatto che l’utopia come genere letterario trovava una precisa collocazione della sistematica dei sottogeneri della produzione fantastica messa a punto da Baumgarten nel Settecento. Quest’ultimo infatti, come ricorda molto bene sempre Koselleck, mise a punto uno schema poetologico proponendo forse per la prima volta una definizione precisa di utopia. Seguendo in modo puntuale la tripartizione baumgarteniana possiamo individuare le seguenti tipologie di resoconti fittizi:

1) Figmenta vera: sono quei racconti fittizi che puntano a tratteggiare in modo più o meno ravvicinato mondi effettivamente possibili in una realtà spazio-temporalmente indeterminabile e, in ogni caso, diversa da quella presente a chi scrive. Tematizzano in sostanza una verità, si concentrano cioè su qualcosa che pur essendo frutto della fantasia risulta ad un’analisi approfondita conciliabile con concreti margini di attuazione. I Figmenta vera rappresentano una sorta di Realpolitik proiettata in un altrove del tempo o delocalizzata rispetto alla latitudine dello scrivente. Essi, in sostanza, rientrano nel gruppo di quelle creazioni immaginarie che si rifanno alla distinzione della Poetica aristotelica tra fatti storici particolari e determinati e produzioni di fantasia universali, verosimili e ragionevoli, depositarie di un portato veritativo superiore ai primi.

2) Figmenta heterocosmica: si tratta di narrazioni che, postulando l’esistenza di infiniti mondi possibili, rappresentano una serie aperta e indeterminata di realtà parallele a quella effettivamente esistente. Se il primo gruppo conteneva raffigurazioni fantastiche dotate di un ineliminabile quid di realizzabilità, i Figmenta heterocosmica puntano a creare mondi decisamente altri, diversi dal nostro, dove però siano conservati dei caratteri comuni che rendono queste due realtà ancora vagamente comunicanti. Tali tipi di narrazioni ebbero la loro massima diffusione nel corso del Seicento.

3) Figmenta utopica: indicano quei “resoconti” ad altissimo tenore fantastico il cui oggetto sia l’impossibile in tutti i mondi possibili. Con quest’ultimo gruppo diventa chiaro l’intento classificatorio di Baumgarten: egli, mediante questa tripartizione capillare, vuole sottolineare la differenza tra le possibilità attuabili nel mondo reale in un tempo più o meno lungo, le possibilità — quasi imponderabili — di tutti i mondi possibili e le impossibilità effettive dei mondi possibili. I Figmenta utopica puntano a tratteggiare stati di mondi del tutto inattuabili, assolutamente privi di potenzialità realizzative e quindi configurabili come dimensioni utopiche in senso etimologico, vale a dire fattualmente incollocabili in un qualsiasi posto temporale o spaziale.

Facendo riferimento a questa categorizzazione [4] è possibile intendere meglio la differenza da cui eravamo partiti. Attenendoci alle posizioni di Baumgarten, l’eutopia potrebbe rientrare sia nel primo caso che nel secondo. Se essa infatti si riconosce per i caratteri di attuabilità all’interno di una linea storica, sia i Figmenta vera sia i Figmenta heterocosmica possono essere chiamati in causa come postulazioni di una realizzabilità più o meno diluita nel tempo. L’utopia invece appare come una congettura destinata a rimanere tale, pura ipotesi di una realtà non contemplabile se non all’interno di mondi possibili immaginati come non-luoghi, il cui rapporto con l’esistente è indicato da un segno negativo, di esplicita esclusione reciproca.

Tuttavia tale tripartizione alquanto rigorosa subirà nel tempo numerose correzioni e integrazioni. Come vedremo nel prossimo paragrafo, sarà l’opera di Mercier a modificare profondamente l’impianto e l’ossatura specifica di questa classificazione, facendo sovrapporre i piani dei tre livelli fino a far coincidere i Figmenta vera con gli utopica. In sostanza, a partire dalla metà del XIX il quadro esplicativo messo a punto da Baumgarten entra in crisi a seguito delle pressioni derivanti da un nuovo modo di vedere e praticare il discorso utopico.

I Figmenta heterocosmica smettono di occupare una posizione intermedia e scompaiono, riassorbiti dagli altri due campi tematici. Tale riassorbimento però non è privo di conseguenze rispetto ai Figmenta vera ed utopica: una sorta di commistione trasversale finisce col saldarli in una narrazione che trasforma l’altrove insituabile dei secondi in un’alterità temporale direttamente connessa con lo stato presente in cui prendevano corpo i primi. In tal modo l’utopia diventa una matrice di riflessione storico-sociale in tutto e per tutto calata nel tempo in cui viene immaginata. L’utopia lentamente filtra all’interno delle dinamiche di progettazione politico-sociale, divenendo a tutti gli effetti lo strumento concreto di una riflessione che fa della postulazione di futuri possibili il piano di progettazione di un presente animato dall’ideale — o dall’illusione — del progresso illimitato. L’eutopia pertanto sembra ormai aver definitivamente inglobato l’utopia.
gc


[1] Su questo aspetto ha parole affilatissime Cioran, cfr E. Cioran, Histoire et utopie, Gallimard, Paris 1960, pp. 107-114.
[2] Per un’analisi dettagliata della distinzione /utopia/ /eutopia/ cfr B. Baczko, L’utopia, Einaudi, Torino 1978, p. 12 e A. Colombo, L’utopia, Dedalo, Bari 1997, p. 10.
[3] Sebbene non parli mai di /eutopia/ un’ottima caratterizzazione di questo termine è data da Ruyer, il quale la identifica sulla base di dieci connotati precisi e concordanti: 1. Simmetria a molteplici livelli di organizzazione, 2. Uniformità della struttura sociale, 3. Fiducia nell’educazione, 4. Ostilità alla natura intesa come spazio del disordine, dell’irrazionale, 5. Dirigismo e Collettivismo come istanze complementari e speculari, 6. Rovesciamento delle disfunzioni del presente, 7. Autarchia e isolamento come una sorta di ascetismo collettivo, 8. Eudaimonismo collettivo, 9. Umanismo come fiducia estrema nella bontà della natura propriamente umana, 10. Proselitismo e pretesa profetica (cfr R. Ruyer, L'utopie et les utopies, PUF, Paris 1950, pp. 41-54).
[4] Piuttosto affine a tale tripartizione è anche l’analisi dei vari di tipi di utopia sviluppata da Ruyer (cfr R. Ruyer, L’utopie et les utopies, cit., pp. 41-55).



Jan Vredeman de Vries, Prospettive, 1604

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