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Nota su «Neoliberismo, rivoluzione digitale e morte del futuro» di Lorenzo Lasagna. 2

di Marco Baldino

3 luglio 2019


«L’articolo di Lorenzo Lasagna su Realismo capitalista, pubblicato su Kasparhauser, pochi giorni fa, attenua nei toni, quasi soccorrevoli verso Fisher, ma conferma bene nei contenuti che il problema qui non è il capitalismo, ma proprio l’anticapitalismo». [GC]

Credo che oggi, al giorno d’oggi voglio dire, per quel che i tempi hanno aggiunto di definitivo alla storia del socialismo, sia lecito chiedersi che diavolo è il “tardo capitalismo”. Ricordo che se ne parlava negli anni ’70, e allora più o meno qualcosa ci si capiva. Ma siamo ancora in una fase come quella? o è un ritardo di linguaggio, o di pensiero? E poi: “tardocapitalismo e neoliberismo” — anche questo —, il chiacchiericcio, l’infinitamente mal compreso “neoliberismo”…, Siamo sicuri poi che sia neo- e non, per esempio, semplice liberismo?

Mi permetto una piccola nota non convenzionale sul liberismo e una chiosa da bigino sul neoliberismo: se la politica non è che guerra continuata con altri mezzi (Foucault), il liberismo segna una cambio di griglia di intelligibilità politica: dalla politica come “guerra” alla politica come “economia”, anch’essa continuata con altri mezzi, quelli della politica parlamentare: logica della competizione in un campo di regole condivise; instaurazione della correlazione tra democrazia rappresentativa e regime economico di libera concorrenza. Vero è che vige sempre il rischio che le maggioranze elettorali tentino di impedire alle minoranze di evolvere verso una qualche forma di maggioranza, come vige sempre il pericolo del monopolismo, ma si tratta sempre di un superamento della logica del Kampf, del Klassenkanpf, del Mein Kampf, della logica Freund-Feind, dell’amico-nemico. Il liberismo non è che il perseguimento della giustizia sociale attraverso un coordinamento tra scelta individuale e unione sociale. Mentre il neo-liberismo, udite-udite, è l’introduzione dell’etica nel quadro dell’economicizzazione della politica, e ciò proprio nel momento in cui ci si rende conto che il principio di concorrenzialità bruta, applicato alla politica, produce ingiustizie. Al principio della pura concorrenzialità, dove le condizioni di partenza non sono mai davvero uguali, si tratta di sostituire la ricerca di equilibri possibili tra individuo e società (la società è sempre il luogo del conflitto) sulla base di un’economia data.

Mitchell Dean e Daniel Zamora sostengono, in un recente libro (Le dernier homme et la fin de la révolution. Foucault après Mai 68), che Foucault si sarebbe interessato al neoliberismo come strumento per ripensare i fondamenti concettuali della sinistra e per immaginare una governamentalità più tollerante nei confronti della sperimentazione sociale, forse capace di aprire spazi meno angusti per le pratiche minoritarie e per una maggiore autonomia del soggetto nei confronti di se stesso. E questo per loro è una male, è la dimostrazione che Foucault avrebbe deragliato dallo spirito di trasformazione sociale che aveva animato il dopoguerra, lo spirito della rivoluzione. Per quanto mi riguarda, trovo invece che l’interesse mostrato da Foucault nei confronti del neoliberismo sia positivamente orientato a ripensare i fondamenti concettuali della sinistra, a immaginare una governamentalità più tollerante nei confronti della sperimentazione sociale, ecc. e che dovremmo seguirlo su questa strada. La mistica dell’antagonismo soccombe sotto il peso della paccottiglia teologica del Regno a venire. Mi irritano le espressioni del tipo: “tardocapitalismo-und-neoliberismo”, oppure: “dobbiamo dar vita ad una forza politica antiliberista”, come se si trattasse di formule fisse del discorso retorico di sinistra. L’approssimazione concettuale è una peste per il discorso rigoroso. Ho ancora nelle orecchie i portuali di Livorno che dicevano: abbiamo bisogno di aperture non di chiusure, abbiamo bisogno di una mobilità che funzioni, per le persone e, a maggiore ragione, per le merci. Bisogna intervenire sui porti per organizzarli, bisogna infrastrutturare la costa, bisogna aumentare gli spazi per la movimentazione delle merci. Ci servono corridoi di comunicazione a livello nazionale ed europeo, collegamenti tra porto e interporto, tra porto e aeroporto, tra porto e città... E poi ancora: esiste un liberismo non-becero contro il quale non solo non bisogna combattere, ma con il quale è utile e vantaggioso stabilire rapporti... e così via. Si trattava di operai e amministratori comunisti, non di imprenditori depensanti. Beh, qui ho sentito un po’ di cervello al lavoro. C’è un punto però che voglio sottolineare: il liberismo non è la correlazione tra economia e democrazia parlamentare, ma la posizione metodologica di tale correlazione: fare in politica come si fa in economia (liberismo) invece di fare in politica come si fa in guerra (antagonismo).

Detto questo, posso capire qualche attempato marxista, qualche giovane neocomunista, ma Fisher Mark mi stupisce, lo giuro. Ce n’è motivo? In verità no. Fisher è/era un blogger britannico noto come k-punk, autore di scritti di musica e cultura popolare, morto, purtroppo, nel gennaio del 2017. A tempo perso insegnava arti visive all’università. Insomma, un poligrafo. Ora, a mia esperienza, la quasi totalità degli osservatori che esprimono critiche nei confronti del cosiddetto “neoliberismo” non hanno la minima idea di che si tratti, ed anche Fisher, per bene che gli si voglia, lo confonde con la sregolatezza mercatista, che semmai, per esprimerci un po’ alla grossa, è una deriva della prassi capitalistica, non più di quanto la burocratizzazione lo fosse del socialismo, e non una dottrina filosofico-politica, piegata sull’etica, come di fatto è. Ciò detto, se uno vuol ragionare come Fisher, è certo che non riuscirà a immaginare nessuna alternative di sistema. E vediamo:

In primo luogo perché il “sistema” preso in esame da Fisher non è quello giusto. Che diavolo è il “capitalismo postfordista”, non siamo già avanti alcune ere geologiche rispetto a questa formula? Sembra quasi di sentire in distanza la risacca fusariana sul plusgodimento e il turbocapitalismo, a meno di non allargare la categoria fino a fargli comprendere tutto e il contrario di tutto (che poi amerei sentirmelo definire, una volta, cotesto postfordismo).

In secondo luogo — lo fanno un po’ tutti quelli che non si raccapezzano con il presente e, visto che sul piano sociologico, economico e politico il marxismo ha dato semplicemente forfait — perché il passaggio al piano metafisico (prospettiva alta), è a sua volta un rudere, che andava forse bene negli anni ’80, agli inizi-inizi della Heidegger-renaissance de noantri.

In terzo luogo perché lo stesso Fisher non schioda un’idea che sia un’idea su questa benedetta alternativa. Žiżek, Lacan, Baudrillard... è un bel breviario su ciò che non siamo, su ciò che non vogliamo, sulla morte del futuro, sulla fine del simbolico, sul principio depressione… quel che manca è giusto un-pensierino-uno su ciò che potrebbe venire, a meno di non voler considerare tale la ripoliticizzazione della malattia psichica per spiegare come mai alcuni soggetti che hanno bassi livelli di serotonina non sono tuttavia depressi, come una soluzione del problema.

Se è giusta, come credo, la chiusa della recensione di Lasagna (in fondo Fisher conclude esattamente come aveva aperto, con un circolo perfetto: “there’s no alternative”, ciò che si voleva confutare è esattamente ciò che si ritrova come spiegazione alla fine del percorso), non credo nemmeno che la soluzione sia quella di dar seguito a ricerche secondo cui all’interno di un sistema diverso dal capitalismo non si verificherebbero quelle forme di sofferenza caratteristiche della tarda modernità. Sarebbe sufficiente leggere Freud… posso citarlo? In un libro dal titolo L’uomo Mosè e la religione monoteistica (Bollati Boringhieri, 2013), Freud sostiene che l’origine della depressione parte nientemeno che dall’ebraismo, meglio, dalla Bibbia, dall’ebraismo d’epoca biblica. Non è una dichiarazione antisemita: la depressione entra nel mondo con il senso di colpa prodotto dall’ostilità del popolo ebraico verso Dio — e che gli Ebrei nutrano ostilità verso Dio è cosa indubitabile: dalla minaccia di annientamento ai piedi del Sinai alle deportazioni dell’VIII e del VI secolo a.C., dal domino dei diadochi a quello romano, dalla guerra del 70 d.C. a quella del 135, dall’editto di Granada del 1492 alla Shoah. «Tutto il giorno stesi le mie mani verso un popolo disobbediente e contestatore (antilégonta)» dice Isaia (Is 65, 2LXX) — un minimo di risentimento devono averlo. Poi, con Paolo, il grande visionario greco-romano-giudeo che pensa il Cristo nella prospettiva del messianismo ebraico (si veda il bel libro di Giorgio Agamben, Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani, Bollati Boringhieri, 2000) il senso di colpa si fa universale: Dio Padre è stato ucciso dal Figlio, il quale ne prende il posto, ovvero, fuor di metafora, il cristianesimo ha reso l’ebraismo un fossile — così Freud!

Il capitalismo, a quanto pare, non c’entra dunque nulla. Sicché mi vien di chiuderla qui, a tradimento, la nota, con una semplice valutazione strong: meglio Paolo e Freud che Žiżek e Lacan, bisogna provare a leggerli, i primi due, per sentire il brivido che prende il cervello. Provare, senza esagerare, naturalmente. E meglio certamente Jacob Taubes (La teologia politica di san Paolo, Adelphi, 1997), che mi ha suggerito tutto questo e a cui il 14 maggio è stata sorprendentemente dedicata una giornata internazionale di studi, in Italia, a Roma, con la partecipazione di Donatella Di Cesare, Mauro Ponzi, Howard Caygill, Dario Gentili, Gabriele Guerra, Giovanni Gurisatti, Federico Lijoi, Massimo Palma, Elettra Stimilli.

Ho sentito parlare di due, forse tre di questi studiosi. Internazionale, tuttavia, solo grazie alla presenza del britannico Howard Caygill, Professor of Modern European Philosophy alla Kingston University di Londra, autore, nel 2009, di un unico articolo sull’argomento, dal titolo: «The Apostate Messiah: Scholem, Taubes and the Occlusions of Sabbatai Zevi». In fondo il messianismo, è Agamben a ricordarlo (insieme al suo Benjamin), è il senso ultimo del marxismo.





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