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La comunità inutile
di Jacopo Valli

4 luglio 2012

O fratello […] per quale follia ti accingi o ti lasci convincere
a prenderti cura di ciò che concerne gli altri?

(San Bernardo, Commento alla Cantica amorosa).



Ne La communauté inavouable, Maurice Blanchot dichiara che la comunità non è una forma ristretta della società, così come non tende né alla fusione né nella comunione. A differenza di una cellula sociale, essa si proibisce di fare opera e non ha come fine un qualche valore produttivo. A cosa serve dunque? A nulla — risponde Blanchot; e ancora: la base della comunicazione non è necessariamente la parola, e neppure il silenzio che ne è il fondale e la punteggiatura, ma l’esposizione alla morte, non più di me stesso, ma dell’altro di cui anche la presenza vivente più prossima è già l’eterna e insopportabile assenza. L’infinito dell’abbandono, la comunità di chi è senza comunità. Raggiungiamo forse qui la forma ultima dell’esperienza comunitaria, dopo la quale non ci sarà più nulla da dire, perché questa deve conoscersi ignorando se stessa.

La morte fondante la comunità senz’opera e senza identità non ha legge o forma, ma è non-legge e non-forma di se stessa: ciò mi pare rilevante e tuttavia, traghetterei la questione comunitaria all’interno di una visione depurata dei residui seppur non metafisici del metafisico umanismo, dalle scorie antropocentriche e logocentriche ancora presenti nelle parole di un Klossowski che parla di “comunità carnale dei simili”: in tal senso, monisticamente, non solo il sacrificio, «Il dono o l’abbandono è tale che al limite non vi è nulla da donare e nulla da abbandonare, e il tempo stesso è soltanto uno dei modi in cui questo nulla da donare si offre e si ritira come il capriccio dell’assoluto» (Blanchot), ma esso si estende alla stessa datità metalinguistica di ciò che, attraverso il linguaggio, di norma identifichiamo col termine “Essere” datità “materiale” integralmente coincidente con ognuno di noi cosiddetti esseri umani (portatori in sé, quali corpi-modi, di una specie inesistente come forma autosussistente trascendente rispetto ad essi), non più di quanto non sia parimenti appieno coincidente con qualsiasi gatto sacro di Birmania, o accordo di tritono proveniente da organo a canne fiammingo, o tappeto iranico di Esfahān, o bianco fiore di Peganum harmala, o topazio giallo brasiliano di taglio Marquise.

«Tutto ciò che è partecipa al sacrificio» (Śatapatha Brāhmaṇa).

Ormai, non solo s’è nella «comunità di chi è senza comunità» ma solo accomunato dalla morte che non permette comunione; non solo questa comunità non serve a nulla, come pure afferma Blanchot; e non solo — mi pare — qui sta la forma ultima dell’esperienza comunitaria: personalmente, ritengo che qui s’installi anche la sua fine (termine che evidentemente non significa né cessazione dei rapporti tra individui — au contraire, si determina l’affrancamento di questi dalle ubique coartazioni, cosa che invero avviene anche in tale forma non-comunitaria —, né conclusione della comune esperienza della morte accomunante e non risolvente in comunione), che intendo come ontologicamente necessaria, pur comprendendo ogni possibile esigenza individuale di natura volontaristico-rappresentativa afferibile — ideologicamente/teologicamente o no — ad ogni raccogliente, rastrellante (infine, conservativo e reazionario…) anelito comunitarista “spiritualmente” affine al carattere di ciò che Michel Surya chiama “dominazione”, la cui pretesa è detta essere «che il suo potere non costituisca più una minaccia, ma che ciascuno costituisca per se stesso una minaccia d’essere escluso dai legami della dominazione» stessa; al punto che «Presto nessuno sarà più escluso se non per infedeltà […]».

L’urgenza di mantenere linguisticamente e simbolicamente viva la comunità, assume talora i connotati di una certa utilità difensiva, quando non anche quelli d’una candida, vile adesione al buon senso comune timorato dell’empietà, che, «contrariamente alla religione (perlomeno essotericamente e civilmente intesa) e come la santità, è solitaria». (Manlio Sgalambro).

«Colui che ha assistito il Creatore nei suoi ultimi momenti, che ha visto le membra divine in preda ai vermi, che si è sentito come la sofferenza postuma di Dio e che, seppellendo Dio, ha perduto il mondo, non ha più conti da rendere alla Società […], ed è solo per un ultimo residuo di pudore e di modestia davvero esagerata, è solo per un riguardo eccessivo verso sua madre, sua sorella e i suoi contemporanei, che egli mantiene l’aspetto affabile, grave e pacifico di un professore», scriveva già Pierre Klossowski ne La création du monde.

Bram van Velde, MP 345, 1979




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