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Il comunismo Hentai
di Marco Baldino


4 luglio 2012



Hentai è una parola giapponese che significa “anormale”, “pervertito” e, al di fuori del Giappone, viene usata per riferirsi a opere a sfondo pornografico. Secondo il filosofo francese Jean Baudrillard vi è qualcosa di sconcertante e perfino di terrificante nella scomparsa dell’illusione a vantaggio del solo reale, cosa che lui chiama l’osceno, il più vero del vero. L’osceno è ciò che si sottrae alla comunanza collettiva dell’illusione, alla logica del segreto. Ebbene, se il comunismo storico, nella sua fase rivendicativa, aveva almeno un minimo di scena, un minimo di illusione da vendere, ora sappiamo che esso non è che un regime di attraversamento e di ipervisibilità delle vite, una pulsione totalitaria e poliziesca che investe la vita fin nella radice — Agamben direbbe fin nella forma che è già sempre alla radice di ogni vita (“forma-di-vita”).

L’osceno, scrive Baudrillard, si forma per esempio nella pornografia. Non è un fatto morale, ma un fatto di visibilità, di render visibile ciò che rimane invisibile agli stessi copulatori. Si tratta dell’esacerbarsi logico della funzione esplorativa e inquisitoria, che si spinge all’interno di tutti i pertugi, che analizza ogni secrezione: il più sesso del sesso, il sesso elevato alla potenza ontologica, è — dice Baudrillard — osceno, vale a dire “fuori scena”, iperreale, eccessivo, debordante, insopportabile. Per questo il comunismo è così ben rappresentato dalle forme hentai, perché la verità del comunismo sta nella sua intima logica panottica, nel suo intimo regime di trasparenza: il più visibile del visibile, il comunismo.

E che cos’è questo ‘più visibile del visbile’ che si declina come comunismo? Lo ha ben individuato Foucault: il comunismo è la macchina omogeneizzatrice (rivoluzionaria, nel senso che ruota intorno al proprio asse) per eccellenza; essa opera un doppio movimento: da un lato un movimento centripeto che seleziona, secondo parametri razziali, l’elemento omogeneo, adeguato, commensurabile, eleggendolo a membro uniforme della società buona e dall’altro un movimento centrifugo che ritaglia, estirpa ed espelle, secondo parametri medico-biologici (sullo stile di Mengele), l’elemento puramente eterogeneo, patogeno, repellente. Il comunismo ha sempre operato in questo modo, sia nelle forme storico-realizzate, nei partiti comunisti, sia nei gruppuscoli marxisti-leninisti, nelle comuni, nei collettivi, nelle teste delle persone rese — per dirla con Todorov — inconsapevoli complici di quella logica.

La pornografia è la forma esteriore del comunismo perché richiede che le vite che vi sono coinvolte siano totalmente esposte al meccanismo che indaga, ispeziona, seleziona, ordina ed estirpa. In secondo luogo perché elimina metodicamente il segreto (ricordo, con una certa smorfia interiore — ma è poco più che un dato di colore — la pratica dell’autocoscienza di gruppo) che è lo zoccolo su cui si edifica l’unica forma di libertà possibile, il rapporto tra governante e governato. Un mondo iperilluminato, per dirla con le parole di Horkheimer e Adorno, risplende all’insegna di trionfale sventura.

È possibile svolgere una analoga critica nei confronti dei sistemi liberali e capitalistici? Sì, è possibile, con i dovuti distinguo. Va però detto che una tale critica non ha di mira l’esaltazione del liberalismo o del capitalismo, anche se, tolto di mezzo quello, questi sono di fatto ciò che resta, ciò che rimane in campo e, perciò, anche ciò con cui, strettamente parlando, bisogna fare i conti — tuttavia, non più a partire dall’ipotesi di una radicale trasformazione della realtà sociale, politica e personale, nella direzione del comunismo. Una tale critica, proprio perché si applica o è applicabile, entro certi limiti almeno, anche ai sistemi liberali e al capitalismo, deve essere intesa come un’implicito riconsocimento del fatto dell’indistinguibilità dei due sistemi: comunismo e liberalismo, socialismo e capitalismo, sono lo stesso, e questo perché la “radicale trasformazione dell’esistente” c’è già stata, la differenza che giustificava la lotta fra gli uomini è stata tolta o sufficientemente neutralizzata. Tra socialismo e capitalismo, tra comunismo e liberalismo, non vi è più un salto sufficiente e tale da consentire una “rivoluzione”. Ciò che abbiamo oggi è questo: da un lato un comunismo liberalizzato, cioè ridotto a una critica rumorosa ed emotiva e, dall’altro, un liberalismo e un capitalismo globalizzati, elevati cioè al ruolo di condizioni al contorno dei problemi politici che possiamo porci.



Kazuo Shiraga, Chijusei Shizenhaku, 1961



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