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2012


Philosophical culture quarterly


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Dissipazione e salvezza
di Jacopo Valli

9 giugno 2012

                    Oh, come lo sfiorente è caro! e quale incanto esso è per noi
                    (Fëdor Tjutčev)

La morte — scriveva Wisława Szymborska — A nessuno può sottrarre il tempo raggiunto. Ma una volta morti, la perdita di accumulata esperienza estetica/etica è irrecuperabile; una volta morti, è come se, pur permanendo come sostanza che si è da sempre, per sempre [senza coscienza necessaria d’esserla; senza accessoria coscienza d’esser di ciò coscienti] non si fosse mai stati, se non nella memoria dell’altro, che ci assorbe tenendoci in ostaggio, demiurgicamente: servirebbe semmai qualcosa come il compimento della promessa fatta a Giobbe, o il Regno cristiano, un Paradiso, che — sia detto en passant — per certi mutaçawwufȋn «è ancora solo una prigione»: ma si ritonferebbe nel dualismo, nel debito e non ci si potrebbe dis-fare e dissipare, rimanendo eternamente serrati in una forma, che — potesse mai darsi — si rivelerebbe come gabbia, poiché «dal finito che è appunto chiuso, si può sempre sperare di uscire, mentre la vastità infinita è la prigione, giacché non ha via d’uscita; così come ogni luogo assolutamente privo d’uscita diventa infinito» (Maurice Blanchot).

Ma il dono/abbandono/sacrificio — tutti termini evitabili, invero — senza oggetto e destinatario è ontologicamente coincidente con l’esistenza stessa: da qui, vita come morte, e viceversa: trasformazione, dissipazione, danza. «Assumere la funzione di distruzione e decomposizione, ma come compimento e non come negazione dell’Essere», scriveva Bataille; e, fuori dal Cristianesimo e dai religiosi essoterismi, atto sacrificale è «qualsiasi atto dove chi agisce contempla se stesso mentre agisce. La vittima, l’offerta è chi agisce. Il sacrificante è l’occhio che lo contempla» (Roberto Calasso): non c’è Altro, non c’è recupero, né recuperatore, né debito, né colpa: la salvezza, a ben guardare e per quanto si possa naturalmente desiderare il contrario [peraltro, sperando, e, pertanto, ricadendo nel dominio di Kronos, nelle maglie della proiezione di ordine cronologico che sta a fondamento nutricante della speranza, ch’è sempre servile sofferenza. Paolo di Tarso si compiaccia di ed esorti a ciò che desidera, ma rimane che la fede è non un riparo, bensì un costante scontroso dolore giocantesi nell’attesa: in un’attesa che attende un Altro e che non si soddisfa di sé] è accordarsi a quel che si è, ontologicamente, e rinunciare così all’idea di salvezza e recupero in qualcuno/qualcosa, magari per mano di terzi [i doni con oggetto e destinatario, poi, si pagano sempre: mi pare convenga tendere ad un “Potlatch esistenziale” – se così si può dire – rinunciante a una logica agonistica e dialettica: il dono comunemente inteso è anche veleno, come le antiche lingue anglosassoni volevano (Gift: in tedesco, conserva principalmente il significato di veleno; in inglese, quello di dono, e in olandese, mantiene entrambi i significati, denunciano Mauss e Granet)].





Adolph Gottlieb, Drift (1971)

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