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Silvia D’Autilia | Vita degli uomini infami
Corpo, bisogni e potere. Dalla vita degli uomini infami ai meccanismi di neoistituzionalizzazione
7 luglio 2018

Nel 1950 uscì un articolo che ha generato un dibattito che negli anni è cresciuto di importanza ed è oggi considerato una pietra miliare. È scritto da un giovane matematico, Alan Turing, ma non contiene nessun tecnicismo o simbolo algebrico, è invece un articolo di filosofia. La domanda che si pone questo articolo e a cui cerca di dare risposta è molto semplice: possono le macchine pensare?
Leonardo Tonini | Saperi
Macchine e intelligenza artificiale
18 giugno 2018

Nel 1950 uscì un articolo che ha generato un dibattito che negli anni è cresciuto di importanza ed è oggi considerato una pietra miliare. È scritto da un giovane matematico, Alan Turing, ma non contiene nessun tecnicismo o simbolo algebrico, è invece un articolo di filosofia. La domanda che si pone questo articolo e a cui cerca di dare risposta è molto semplice: possono le macchine pensare?
Kasparhauser XVI | 2018
Fine del racconto heideggeriano. Di Marco Baldino
9 giugno 2018

Dopo il declino del racconto marxista, Heidegger assurge a nuovo grande riferimento spirituale. Il racconto dell’emancipazione dallo sradicamento nichilistico e dello schiudersi di un altro inizio, recupera in qualche modo quella parte delle istanze del movimento degli anni '70 che non si era infranta contro il disincanto postmoderno. Per comprendere questo avvicendamento, va notato che marxismo e heideggerismo manifestano entrambi un carattere messianico. Negli anni ’30 Heidegger elabora quell’ontologia dell’evento in cui si profila l’attesa di un ultimo dio destinato a salvare la terra dalla catastrofe tecnologica. L’attuale dibattito sui Quaderni Neri è il sintomo della crisi di questa narrazione, la presa di coscienza del fatto che la mistica dell’altro inizio si sta rivelando, nell’economia del pensiero heideggeriano, strutturalmente antisemita.
Marco Della Greca | Vita degli uomini infami
Il reale? Un libro, nient’altro che un libro...
2 giugno 2018

Tra i primi a dedicare un lungo studio all'opera di Blanchot, Michel Foucault pensa bene di partire dal principio. E incappa subito nel problema. Je parle. Proposizione puntiforme e infinita, che quando è pronunciata sembra eterna e quando non lo è sembra eternamente impronunciabile. Paradosso ancora più infido dell’io mento di Epimenide. Ma se si scrive io dico che io parlo, nulla si risolve: non si può “risolvere”, parlando, l’atto di parlare, che nel momento in cui avviene sembra non aver mai avuto inizio, e che quando si tace sembra non aver avuto fine, nel senso che non può essersi concluso ciò di cui nessuna traccia testimonia la passata esistenza.


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