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Marco Baldino | Geofilosofia
Foucault era filo-israeliano?
21 ottobre 2017

Si parla poco dell'anno 1967 nella biografia di Foucault. Eppure aveva alle spalle già la gloria di Storia della follia, di Nascita della clinica, del Raymond Roussel e del best seller Le parole e le cose. Nel 1965 si trasferisce a Tunisi, dove insegna all'università. Il 1967 è però l'anno della guerra dei sei giorni, della sconfitta degli eserciti arabi e dei pogrom anti-ebraici esplosi in tutto il Maghreb. Foucault ne dà notizia, sconcertato, a Canguilhem, in una lettera.
Antonello Sciacchitano | Ateliers
Zoorathustra, il superuomo e l’animale
14 ottobre 2017

Perché il simbolismo animale? si chiese Claude Lévi-Strauss nel quarto capitolo del suo Totemismo oggi (1962) intitolato cartesianamente Verso l’intelletto. E soprattutto perché questo simbolismo piuttosto che un altro dal momento che si è stabilito, almeno negativamente, che la scelta di certi animali non è spiegabile da un punto di vista utilitario?
Fabio Vergine | Filosofia italiana
Rocco Ronchi. Per una voce pura della filosofia
1 ottobre 2017

Nel suo Il canone minore Rocco Ronchi descrive il tentativo compiuto da quelle figure, sovente eretiche del pensiero rispetto a quello che l’autore individua come canone maggiore, che nel corso della storia della filosofia hanno pensato davvero questa immanenza dell’assoluto o, che è lo stesso, l’univocità dell’essere sul piano degli enti di natura. Ecco che nell’esigenza fondamentalmente speculativa e per ciò stesso anti-moderna della filosofia, ciò che si dà a vedere quale dato immediato dell’intuizione è una equivalenza solo apparentemente innocua, ma in realtà profondamente perturbante e traumatica: immanenza assoluta = natura.
Marco Baldino | L’Affaire Hannah Arendt
Il dispostiivo Arendt-Deleuze e il nuovo antisemitismo
23 settembre 2017

Costituiti popolo-dello-sterminio dalla loro universalità astratta, gli Ebrei vengono negati popolo, cioè entità pubblica capace di esistenza politica, a causa della loro riterritorializzazione, – cioè dell’acquisita identità singolarizzata e radicalmente priva di universalità – per la cui assenza erano stati portati ad Auschwitz. L’Ebreo, elemento diasporico per antonomasia, quindi sradicato e privo di forma, in Israele si riterritorializza, riacquista forma e radici. Ma se ragioniamo solo sulla base dell’uomo-in-generale l’ebreo deve in un certo senso perdere continuamente forma particolare, come se lo sterminio fosse un accidente e non un evento ’onto-storico”.


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